venerdì 26 gennaio 2018

Sintesi del contenuto del blog


Fin dall'antichità il giardino è stato simbolo di locus amoenus, luogo delle delizie e di appagamento sensoriale. [1]
Deriva dal germanico gart che richiama il verbo hart ovvero cingere, recintare.[2]
 Il giardino infatti è un luogo recintato che si contrappone alla natura selvaggia non addomesticata. A differenza della campagna non è necessariamente coltivato per l'utile, ma natura formata per la pura contemplazione estetica.
Nel medioevo diventa hortus conclusus ovvero giardino in sé conchiuso, il cui confine è costituito da un recinto che lo isola completamente dal resto del mondo. Diventa così luogo di estraniazione e meditazione (anche nella cultura orientale dei giardini zen) ove l'individuo è invitato al godimento sensoriale della natura (profumi, suoni, colori).[1]
Durante il rinascimento le grandi ville dei ricchi signori non potevano mancare di un giardino che rispecchiasse a pieno il potere e il prestigio della famiglia che vi abitava. In questi casi i progettisti studiavano a lungo il panorama del paesaggio in maniera da sposarlo alla perfezione con la conformazione del giardino. Si crea così un'atmosfera magica: corsi d'acqua diventano l'asse di giochi di simmetria, siepi e arbusti assumono forme geometriche ed ordinate, terrazze su più livelli sembrano protendersi all'infinito. La reggia di Venaria in provincia di Torino e quella di Versailles nei pressi di Parigi sono solo alcuni esempi.
Con la rivoluzione industriale e il conseguente ingrandirsi dei conglomerati urbani, l'inquinamento dell'aria e il grigiore del cemento rendono indispensabile l'introduzione dei parchi pubblici. Tra la fine dell'800' e i primi del 900' furono numerose le città a subire degli interventi di risanamento (Londra, Parigi, Barcellona ma anche città italiane come Napoli e Milano), ormai indispensabili anche per via delle epidemie che si stavano diffondendo.[3]
Nasce in questi anni la professione di architetto paesaggista di cui Frederick Law Olmsted (1822-1903) ne è l'esempio più emblematico.
Comincia quindi a diffondersi la consapevolezza dei grandi benefici apportati dal verde urbano:
1)  Mitigazione dell'inquinamento atmosferico e acustico
-  Attenuazione delle variazioni microclimatiche (temperatura, umidità, ventosità)
-  Depurazione dell'aria
-  Produzione di ossigeno
-  Attenuazione dei rumori
-  Azione antisettica
-  Riduzione di inquinanti nell'atmosfera: monossido di carbonio, cloro, fluoro, ossidi di azoto, ozono, PAN (acidi nitriloperacetici), anidride solforosa, ammoniaca, piombo
2)  Difesa del suolo
-  Riduzione della superficie impermeabilizzata
-  Recupero dei terreni marginali e dismessi
-  Riduzione dei tempi di corrivazione ed effetto di regolazione sullo smaltimento delle piogge 
-  Depurazione idrica
-  Consolidamento delle sponde fluviali e dei versanti franosi
3)  Sostegno alla biodiversità
-  Conservazione della biodiversità
-  Incremento della biodiversità
4)  Miglioramento dell'estetica ed immagine della città
5)  Sviluppo delle funzioni ricreative e sportive libere in spazi non strutturati
6)  Sviluppo della didattica naturalistica e della cultura storico-sociale ed ambientale.[4]
Queste molteplici funzioni che spaziano dalla sanità all'ambientalismo, dalla biologia all'architettura includendo anche aspetti sociali e vengono sempre più tenute in considerazione dagli architetti.
Una ricerca dell' MIT ha inoltre sviluppato un indice utile a quantificare il verde urbano (green view index) per paragonare le diverse città tra loro e vedere dove è necessario intervenire.



[1] http://www.paesaggiopocollina.it/paesaggio/dwd/articoli/progettogiardino.pdf
[2] http://www.etimo.it/?term=giardino
      http://www.treccani.it/vocabolario/ricerca/giardino/
[3] Elena Dellapiana, Guido Montanari, Una storia dell'architettura contemporanea, Milano : utet università, 2015
[4]  http://www.comune.torino.it/regolamenti/317/317.htm#art02

sabato 20 gennaio 2018

Un viaggio nei giardini di Versailles

https://www.youtube.com/watch?v=dYbiGVANIH8

I Giardini di Versailles sono considerati il capolavoro di André Le Notre, che si occupò della loro realizzazione fra il 1661 ed il 1668: essi costituiscono un magnifico esempio di giardino "alla francese", e furono il modello per molte Regge Europee. Le Notre creò un complesso grandioso e vastissimo in cui ogni elemento soggiace ad una rigorosa disciplina spaziale, che persegue effetti prospettici e scenografici. Criteri di ordine e di simmetria regolano la disposizione di ALLEES (viali) PARTERRES (aiuole), terrazze, bacini d'acqua, fontane, organizzati in un sistema che si spinge alla globale razionalizzazione del paesaggio, in tutti i piani prospettici. Per realizzare tutto ciò era necessario avere un terreno che presentasse una certa regolarità, ed è per questo che Le Notre fu costretto a modificare l'ambiente naturale con pesanti interventi. Ciò non tolse tuttavia che egli sfruttò anche qualche pendio naturale per creare una successione di terrazze a vari piani che venivano collegate o attraverso scalinate, oppure attraverso delle lunghe rampe. Le Notre pensò e realizzò l'impostazione assiale nel senso della lunghezza con viali minori trasversali. Si è di fronte al trionfo dell'Arte sulla Natura nell'elaborazione precisa di forme geometriche, a cui devono piegarsi alberi e siepi; i fiori, nelle loro colorazioni, in funzione della stagione, sono posizionati che un preciso intento coloristico. L'acqua, elemento naturale, assume una importanza primaria, posta nei bacini decorativi a specchio, che creano un prolungamento delle architetture e del paesaggio e nei mirabolanti giochi d'acqua.
[http://www.handelforever.com/VersaillesSuprema/versailles/giardini/i_giardini.htm]


Jardins de Versailles nel 1746, incisione ad opera dell’abate Delagrive, geografo della città di Parigi

lunedì 15 gennaio 2018

Giardini in letteratura

Esopo (VII-VI sec a.C.)
Di un Avaro, e de' Pomi

Un’Avaro aveva molti pomi belli in un giardino, e mai non ne mangiava alcuno se non si marcivano. Un suo figliuolo liberale menava i suoi compagni al giardino, e loro diceva: Mangiate tutti quelli pomi, che volete, eccetto i guasti, perchè quelli vuol mio Padre per lui.

Giovanni Boccaccio (1313-1375)
Decameron, giornata III

"Quante e quali e come ordinate poste fossero le piante che erano in quel luogo, lungo sarebbe a raccontare: ma niuna n’è laudevole la quale il nostro aere patisca, di che quivi non sia abbondevolemente. Nel mezzo del quale; quello che non è meno commendabile che altra cosa che vi fosse, ma molto piú; era un prato di minutissima erba e verde tanto, che quasi nera parea, dipinto tutto forse di mille varietá di fiori, chiuso dintorno di verdissimi e vivi aranci e di cedri, li quali, avendo i vecchi frutti ed i nuovi ed i fiori ancora, non solamente piacevole ombra agli occhi, ma ancora all’odorato facevan piacere. Nel mezzo del qual prato era una fonte di marmo bianchissimo e con maravigliosi intagli iv’entro, la quale, non so se da natural vena o da artificiosa, per una figura che sopra una colonna nel mezzo di quella diritta era, gittava tanta acqua e sí alta verso il cielo, che poi non senza dilettevol suono nella fonte chiarissima ricadea, che di meno avria macinato un mulino."

Angelo Poliziano (1454-1494) 
«I' mi trovai, fanciulle, un bel mattino»

I’ mi trovai, fanciulle, un bel mattino
di mezzo maggio in un verde giardino.

Eran d’intorno violette e gigli
fra l’erba verde, e vaghi fior novelli
azzurri gialli candidi e vermigli:
ond’io porsi la mano a côr di quelli
per adornar e’ mie’ biondi capelli
e cinger di grillanda el vago crino.

Ma poi ch’i’ ebbi pien di fiori un lembo,
vidi le rose e non pur d’un colore:
io colsi allor per empir tutto el grembo,
perch’era sì soave il loro odore
che tutto mi senti’ destar el core
di dolce voglia e d’un piacer divino.

I’ posi mente: quelle rose allora
mai non vi potre’ dir quant’eran belle:
quale scoppiava della boccia ancora;
qual’eron un po’ passe e qual novelle.
Amor mi disse allor: «Va’, co’ di quelle
che più vedi fiorite in sullo spino».

Quando la rosa ogni suo’ foglia spande,
quando è più bella, quando è più gradita,
allora è buona a mettere in ghirlande,
prima che sua bellezza sia fuggita:
sicché fanciulle, mentre è più fiorita,
cogliàn la bella rosa del giardino.



Ippolito Pindemonte (1753-1828)
"Dissertazione su i giardini inglesi e sul merito in ciò dell'Italia" 
(presentata all'accademia di scienze, lettere ed arti di Padova nel 1817)

Un giardino, è il più puro de’ nostri piaceri, e il ristoro maggiore de’ nostri spiriti, e senza esso le fabbriche ed i palagi altro non sono, che rozze opere manuali: di fatto si vede sempre, che ove il secolo perviene al ripulimento ed all’eleganza, gli uomini si danno prima a fabbricare sontuosamente, e poi a disegnar giardini garbatamente, come se quest’arte fosse ciò che di più perfetto. L’Italia, al risorgere delle lettere e delle belle arti, fu la prima a coltivare, come gli altri studj, quello ancora delle amenità villerecce: ma convien confessare, che ora molte nazioni nell’amore ci vincono e nella cura di queste tranquille, ed erudite delizie, e che l’Inghilterra è nelle medesime la maestra delle nazioni tutte.

Émile Zola (1840-1902)
Dal romanzo "La fortuna dei Rougon" 

Ma una delle cose più affascinanti di quel giardino erano le nicchie di fronde, ai quattro angoli, ricoperte da cortine di liane. Angoli di foresta vergine, impenetrabili intrichi di steli di viticci flessuosi; una pianta di vaniglia dai baccelli maturi e profumatissimi e l'arco di un portico coperto di muschio; e sotto gli archi, fra gli alberi, sottili catene reggevano cesti colmi di orchidee. Ma ad ogni svolta dei viali si era colpiti alla vista di un lussureggiante ibisco di Cina, le cui fronde e fiori ricoprivano tutto il lato del palazzo confinante con la serra.

Giovanni Pascoli (1855-1912)
Alberi e fiori nel giardino (Myricae)

Nel mio giardino, là nel canto oscuro
dove ora il pettirosso tintinnìa
col gelsomino rampicante al muro,
c'è la gaggìa;

e or che ottobre dentro la vermiglia
foresta il marzo rende morto al suolo,
e sembra marzo, come rassomiglia
bacca a bocciuolo,

alba a tramonto; nelle tenui trine
l'una si stringe, al roseo vespro, quando
l'altro i suoi fiori, candide stelline,
apre, alitando;

ed al sospiro dell'avemaria,
quando nel bosco dalle cime nude
il dì s'esala, il cuore in una pia
ombra si chiude;

e l'anima in quell'ombra di ricordi
apre corolle che imbocciar non vide;
e l'ombra di fior d'angelo e di fior di
spina sorride.


Italo Calvino (1923-1985)
Collezione di sabbia, Mondadori : Milano 2002
descrizione del giardino della villa di Katsura a Kyoto:

“Le pietre che affiorano in mezzo al muschio sono piatte, staccate l’una dall’altra, disposte alla distanza giusta perché chi cammina se ne trovi sempre una sotto il piede ad ogni passo; ed è 
proprio in quanto obbediscono alla misura dei passi,che le pietre comandano i movimenti dell’uomo in marcia, lo obbligano ad un’andatura calma e uniforme, ne guidano il cammino e le soste. Ogni pietra corrisponde a un passo, e a ogni passo corrisponde un paesaggio studiato in tutti i dettagli, come un quadro; il giardino è stato predisposto in modo che di passo in passo lo sguardo incontri prospettive diverse, un’armonia diversa nelle distanze, che separano il cespuglio, la lampada, l’acero, il ponte ricurvo, il ruscello. Lungo il percorso lo scenario cambia completamente molte volte, dal fogliame fitto alla radura cosparsa di rocce, dal laghetto con la cascata al laghetto d’acque morte; e ogni scenario, a sua volta, si scompone negli scorci che prendono forma appena ci si sposta: il giardino si moltiplica in innumerevoli giardini.” 

sabato 13 gennaio 2018

Il giardino nei racconti

Alice nel paese delle meraviglie, Lewis Carrol 1865

dal film di Walt Disney del 1951

cap 1
Alice cominciava a sentirsi assai stanca di sedere sul poggetto accanto a sua sorella, senza far niente: aveva una o due volte data un’occhiata al libro che la sorella stava leggendo, ma non v’erano né dialoghi né figure, — e a che serve un libro, pensò Alice, — senza dialoghi né figure?
E si domandava alla meglio, (perché la canicola l’aveva mezza assonnata e istupidita), se per il piacere di fare una ghirlanda di margherite mettesse conto di levarsi a raccogliere i fiori, quand’ecco un coniglio bianco dagli occhi rosei passarle accanto, quasi sfiorandola. Nessun testo alternativoNon c’era troppo da meravigliarsene, né Alice pensò che fosse troppo strano sentir parlare il Coniglio, il quale diceva fra se: “Ohimè! ohimè! ho fatto tardi!” (quando in seguito ella se ne ricordò, s’accorse che avrebbe dovuto meravigliarsene, ma allora le sembrò una cosa naturalissima): ma quando il Coniglio trasse un orologio dal taschino della sottoveste e lo consultò, e si mise a scappare, Alice saltò in piedi pensando di non aver mai visto un coniglio con la sottoveste e il taschino, nè con un orologio da cavar fuori, e, ardente di curiosità, traversò il campo correndogli appresso e arrivò appena in tempo per vederlo entrare in una spaziosa conigliera sotto la siepe.
Un istante dopo, Alice scivolava giù correndogli appresso, senza pensare a come avrebbe fatto poi per uscirne.
La buca della conigliera filava dritta come una galleria, e poi si sprofondava così improvvisamente che Alice non ebbe un solo istante l’idea di fermarsi: si sentì cader giù rotoloni in una specie di precipizio che rassomigliava a un pozzo profondissimo.
Una delle due: o il pozzo era straordinariamente profondo o ella ruzzolava giù con grande lentezza, perchè ebbe tempo, cadendo, di guardarsi intorno e di pensar meravigliata alle conseguenze. Aguzzò gli occhi, e cercò di fissare il fondo, per scoprire qualche cosa; ma in fondo era buio pesto e non si scopriva nulla. Guardò le pareti del pozzo e s’accorse che erano rivestite di scaffali di biblioteche; e sparse qua e là di mappe e quadri, sospesi a chiodi. Mentre continuava a scivolare, afferrò un barattolo con un’etichetta, lesse l’etichetta: “Marmellata d’Arance” ma, ohimè! con sua gran delusione, era vuoto; non volle lasciar cadere il barattolo per non ammazzare chi si fosse trovato in fondo, e quando arrivò più giù, lo depose su un altro scaffale.
“Bene, — pensava Alice, — dopo una caduta come questa, se mai mi avviene di ruzzolare per le scale, mi sembrerà meno che nulla; a casa poi come mi crederanno coraggiosa! Anche a cader dal tetto non mi farebbe nessun effetto!” (E probabilmente diceva la verità).
E giù, e giù, e giù! Non finiva mai quella caduta? — Chi sa quante miglia ho fatte a quest’ora? — esclamò Alice. — Forse sto per toccare il centro della terra. Già saranno più di quattrocento miglia di profondità. — (Alice aveva apprese molte cose di questa specie a scuola, ma quello non era il momento propizio per sfoggiare la sua erudizione, perchè nessuno l’ascoltava; ma ad ogni modo non era inutile riandarle mentalmente.) — Sì, sarà questa la vera distanza, o press’a poco,... ma vorrei sapere a qual grado di latitudine o di longitudine sono arrivata. (Alice veramente, non sapeva che fosse la latitudine o la longitudine, ma le piaceva molto pronunziare quelle parole altisonanti!) Passò qualche minuto e poi ricominciò: — Forse traverso la terra! E se dovessi uscire fra quelli che camminano a capo in giù! Credo che si chiamino gli Antitodi. — Fu lieta che in quel momento non la sentisse nessuno, perchè quella parola non le sonava bene... — Domanderei subito come si chiama il loro paese... Per piacere, signore, è questa la Nova Zelanda? o l’Australia? — e cercò di fare un inchino mentre parlava (figurarsi, fare un inchino, mentre si casca giù a rotta di collo! Dite, potreste voi fare un inchino?). — Ma se farò una domanda simile mi prenderanno per una sciocca. No, non la farò: forse troverò il nome scritto in qualche parte.
E sempre giù, e sempre giù, e sempre giù! Non avendo nulla da fare, Alice ricominciò a parlare: — Stanotte Dina mi cercherà. (Dina era la gatta). Spero che penseranno a darle il latte quando sarà l’ora del tè. Cara la mia Dina! Vorrei che tu fossi qui con me! In aria non vi son topi, ma ti potresti beccare un pipistrello: i pipistrelli somigliano ai topi. Ma i gatti, poi, mangiano i pipistrelli? — E Alice cominciò a sonnecchiare, e fra sonno e veglia continuò a dire fra i denti: — I gatti, poi, mangiano i pipistrelli? I gatti, poi, mangiano i pipistrelli? — E a volte: — I pipistrelli mangiano i gatti? — perché non potendo rispondere né all’una né all’altra domanda, non le importava di dirla in un modo o nell’altro. Sonnecchiava di già e sognava di andare a braccetto con Dina dicendole con faccia grave: “Dina, dimmi la verità, hai mangiato mai un pipistrello?” quando, patapunfete! si trovò a un tratto su un mucchio di frasche e la caduta cessò.
Non s’era fatta male e saltò in piedi, svelta. Guardò in alto: era buio: ma davanti vide un lungo corridoio, nel quale camminava il Coniglio bianco frettolosamente. Non c’era tempo da perdere: Alice, come se avesse le ali, gli corse dietro, e lo sentì esclamare, svoltando al gomito: — Perdinci! veramente ho fatto tardi! — Stava per raggiungerlo, ma al gomito del corridoio non vide più il coniglio; ed essa si trovò in una sala lunga e bassa, illuminata da una fila di lampade pendenti dalla volta. Intorno intorno alla sala c’erano delle porte ma tutte chiuse. Alice andò su e giù, picchiando a tutte, cercando di farsene aprire qualcuna, ma invano, e malinconicamente si mise a passeggiare in mezzo alla sala, pensando a come venirne fuori.
A un tratto si trovò accanto a un tavolinetto, tutto di solido cristallo, a tre piedi: sul tavolinetto c’era una chiavetta d’oro. Subito Alice pensò che la chiavetta appartenesse a una di quelle porte; ma ohimè! o le toppe erano troppo grandi, o la chiavetta era troppo piccola. Il fatto sta che non poté aprirne alcuna. Fatto un secondo giro nella sala, capitò innanzi a una cortina bassa non ancora osservata: e dietro v’era un usciolo alto una trentina di centimetri: provò nella toppa la chiavettina d’oro, e con molta gioia vide che entrava a puntino!
Nessun testo alternativo
Aprì l’uscio e guardò in un piccolo corridoio, largo quanto una tana da topi: s’inginocchiò e scorse di là dal corridoio il più bel giardino del mondo. Oh! quanto desiderò di uscire da quella sala buia per correre su quei prati di fulgidi fiori, e lungo le fresche acque delle fontane; ma non c’era modo di cacciare neppure il capo nella buca. “Se almeno potessi cacciarvi la testa! — pensava la povera Alice. — Ma a che servirebbe poi, se non posso farci passare le spalle! Oh, se potessi chiudermi come un telescopio! Come mi piacerebbe! Ma come si fa?” E quasi andava cercando il modo. Le erano accadute tante cose straordinarie, che Alice aveva cominciato a credere che poche fossero le cose impossibili. Ma che serviva star lì piantata innanzi all’uscio? Alice tornò verso il tavolinetto quasi con la speranza di poter trovare un’altra chiave, o almeno un libro che indicasse la maniera di contrarsi come fa un cannocchiale: vi trovò invece un’ampolla, (e certo prima non c’era, — disse Alice), con un cartello sul quale era stampato a lettere di scatola: “Bevi.” Nessun testo alternativo— È una parola, bevi! — Alice che era una bambina prudente, non volle bere. — Voglio vedere se c’è scritto: “Veleno” — disse, perché aveva letto molti raccontini intorno a fanciulli ch’erano stati arsi, e mangiati vivi da bestie feroci, e cose simili, e tutto perché non erano stati prudenti, e non s’erano ricordati degl’insegnamenti ricevuti in casa e a scuola; come per esempio, di non maneggiare le molle infocate perché scottano; di non maneggiare il coltello perché taglia e dalla ferita esce il sangue; e non aveva dimenticato quell’altro avvertimento: “Se tu bevi da una bottiglia che porta la scritta “Veleno”, prima o poi ti sentirai male.”
Ma quell’ampolla non aveva l’iscrizione “Veleno”. Quindi Alice si arrischiò a berne un sorso. Era una bevanda deliziosa (aveva un sapore misto di torta di ciliegie, di crema, d’ananasso, di gallinaccio arrosto, di torrone, e di crostini imburrati) e la tracannò d’un fiato.
— Che curiosa impressione! — disse Alice, — mi sembra di contrarmi come un cannocchiale!
Proprio così. Ella non era più che d’una ventina di centimetri d’altezza, e il suo grazioso visino s’irradiò tutto pensando che finalmente ella era ridotta alla giusta statura per passar per quell’uscio, ed uscire in giardino. Prima attese qualche minuto per vedere se mai diventasse più piccola ancora. È vero che provò un certo sgomento di quella riduzione: — perché, chi sa, potrei rimpicciolire tanto da sparire come una candela, — si disse Alice. — E allora a chi somiglierei? — E cercò di farsi un’idea dell’apparenza della fiamma d’una candela spenta, perché non poteva nemmeno ricordarsi di non aver mai veduto niente di simile!
Passò qualche momento, e poi vedendo che non le avveniva nient’altro, si preparò ad uscire in giardino. Ma, povera Alice, quando di fronte alla porticina si accorse di aver dimenticata la chiavetta d’oro, e quando corse al tavolo dove l’aveva lasciata, rilevò che non poteva più giungervi: vedeva chiaramente la chiave attraverso il cristallo, e si sforzò di arrampicarsi ad una delle gambe del tavolo, e di salirvi, ma era troppo sdrucciolevole. Dopo essersi chi sa quanto affaticata per vincere quella difficoltà, la poverina si sedette in terra e pianse.
— Sì, ma che vale abbandonarsi al pianto! — si disse Alice. — Ti consiglio invece, cara mia, di finirla con quel piagnucolìo!
Di solito ella si dava dei buoni consigli (benchè raramente poi li seguisse), e a volte poi si rimproverava con tanta severità che ne piangeva. Si rammentò che una volta stava lì lì per schiaffeggiarsi, per aver rubato dei punti in una partita di croquet giocata contro sè stessa; perchè quella strana fanciulla si divertiva a credere di essere in due. “Ma ora è inutile voler credermi in due — pensò la povera Alice, — mi resta appena tanto da formare un’unica bambina.”
Ecco che vide sotto il tavolo una cassettina di cristallo. L’aprì e vi trovò un piccolo pasticcino, sul quale con uva di Corinto era scritto in bei caratteri “Mangia”. — Bene! mangerò, — si disse Alice, — e se mi farà crescere molto, giungerò ad afferrare la chiavetta, e se mi farà rimpicciolire mi insinuerò sotto l’uscio: in un modo o nell’altro arriverò nel giardino, e poi sarà quel che sarà!
Ne mangiò un pezzetto, e, mettendosi la mano in testa, esclamò ansiosa: “Ecco, ecco!” per avvertire il suo cambiamento; ma restò sorpresa nel vedersi della stessa statura. Certo avviene sempre così a quanti mangiano pasticcini; ma Alice s’era tanto abituata ad assistere a cose straordinarie, che le sembrava stupido che la vita si svolgesse in modo naturale.
E tornò alla carica e in pochi istanti aveva mangiato tutto il pasticcino.

giovedì 11 gennaio 2018

I grattacieli giardino

Trudo Vertical Forest by Stefano Boeri Architetti
"La forestazione urbana non è solo una necessità per migliorare l'ambiente delle città nel mondo, ma l'occasione per migliorare le condizioni di vita dei cittadini meno abbienti" Stefano Boeri


La Trudo Vertical Forest sarà il primo Bosco Verticale destinato al social housing e dunque rivolto a un’utenza popolare e in particolare a giovani coppie. La torre ospiterà nei suoi 19 piani appartamenti con affitto calmierato, che godranno della presenza sui balconi di centinaia di alberi e piante delle specie più varie.

venerdì 5 gennaio 2018

Le storie e i protagonisti dei giardini artificiali

Frederick Law Olmsted
"It takes a lot of artifice to create convincing natural scenary."

Frederick Law Olmsted (1822 Hartford, Stati Uniti - 1903 Belmont, Stati Uniti)
https://www.theatlantic.com/magazine/archive/2016/09/better-than-nature/492716/

Nato nel 1822 negli Stati Uniti, viene considerato insieme a Calvert Vaux primo architetto paesaggista della storia. Nel 1850 viaggiò in Inghilterra dove nei sobborghi di Liverpool rimase profondamente colpito da Birkenhead Park, primo parco pubblico finanziato dalla cittadinanza.
Scrive:
"five minutes of admiration, and a few more spent in studying the manner in which art had been employed to obtain from nature so much beauty, and I was ready to admit that in democratic America, there was nothing to be thought of as comparable with this People's Garden."
Central Park di New York progettato insieme a Vaux nel 1857 si fa portavoce dei principi dell'architetto: un parco deve rispecchiare la città a cui appartiene sia per la scelta delle specie naturali che nelle forme. La sua vastità che crea un'immensa macchia verde al centro della grande city si pone l'obiettivo di agevolare gli spostamenti, risanare la qualità dell'aria e favorire anche le attività all'aria aperta.

sabato 30 dicembre 2017

Un abecedario della cosa artificiale


A come ALBERO
Bruno Munari, Disegnare un albero, Milano : Zanichelli, 1978
http://fagd.altervista.org/wp-content/uploads/2012/12/Disegnare-un-albero-Bruno-Munaripdf.pdf
B come BOTANICA
Systema Naturae, Carl Linné, 1735
C come CENTRAL PARK
Central Park, New York, Stati Uniti, 3.41 km², 1853
arch. Frederick Law Olmsted, Calvert Vaux
D come DELIZIE
Jheronimus Bosh, Giardino delle delizie, 1490 ca, olio su tavola, 220x389 cm, Museo del Prado, Madrid
https://tuinderlusten-jheronimusbosch.ntr.nl/en

orMa, Giardino delle delizie, 2017, trittico
https://www.espoarte.net/arte/lorma-una-virtuale-natura-vera/

E come ERBE aromatiche
https://it.wikipedia.org/wiki/Pianta_aromatica

F come FAI (Fondo Ambiente Italiano)
https://www.fondoambiente.it/il-fai/missione/

G come Gaudì
Parc Guell, Barcellona, Spagna, Antoni Gaudì 1926

H come HEDGE SCULPTUR
Mother Earth, Montreal botanical garden, Quebec, 1931
http://m.espacepourlavie.ca/en/botanical-garden
I come INDOOR

T-house by Kientruc O, Ho Chi Minh, Vietnam, 2017
K come KEW GARDENS
Royal Botanic Garden (Kew Garden), Londra, Inghilterra, 1759
https://www.kew.org/blogs/in-the-gardens
L come LABIRINTO
Hedge Maze, Wiltshire, UK, by Greg Bright, 1975
(labirinto più lungo al mondo)
https://www.focus.it/cultura/storia/al-centro-del-labirinto?gimg=6028#img6028
M come MINIATURA

Italia in miniatura, Rimini, Emilia Romagna, 1970, Ivo Rambaldi
http://www.italiainminiatura.com/italia.php
N come NAZIONALE
Mount Rushmore National Memorial, complesso scultoreo, Dakota del sud, Black Hills, Stati Uniti
1927 by Gutzon Borglum
raffigura i presidenti americani, da sinistra: George Washington, Thomas Jefferson, Theodore Roosvelt e Abraham Lincoln, scelti rispettivamente come simboli della nascita, della crescita, dello sviluppo e della conservazione degli Stati Uniti.
O come ORTO
Sahara Forest Project, un orto nel deserto
https://www.saharaforestproject.com/
P come PENSILI
http://www.repubblica.it/ambiente/2015/10/04/news/giardini_pensili_dall_antichita_una_risorsa_per_le_metropoli_del_futuro-122443199/#gallery-slider=122453085
Q come QUERCUS
http://www.quercusnursery.co.uk/show-gardens.php
R come REGGIA
Giardini della reggia di Venaria, Venaria Reale Torino, 1658-1679 
Jardins de Versailles nel 1746, incisione ad opera dell’abate Delagrive, geografo della città di Parigi
S come STATUA
Statua danza grazie alla forza del vento
Western Park, Amsterdam, Olanda
T come TORRE
PENDA, Torre degli alberi by Stefano Boeri Architetti
https://www.stefanoboeriarchitetti.net/it/vertical-foresting-it/penda-la-torre-degli-alberi-toronto/
U come URBANISTICA
URBANISTICA: disciplina che studia il territorio antropizzato (la città o più in generale l'insediamento umano) ed ha come scopo la progettazione dello spazio urbano e la pianificazione organica delle modificazioni del territorio. Essa comprende anche tutti gli aspetti gestionali, di tutela, programmativi e normativi dell'assetto territoriale.
Riqualificazione Urbanistica e Paesaggistica fascia periurbana ad ovest delle mura di San Gimignano
https://divisare.com/projects/227386-Gianfranco-Franchi-Gianluca-Bacci-Chiara-Tesi-Ieva-Butkute-Grazia-Comai-Giannicola-Bacci-Riqualificazione-Urbanistica-e-Paesaggistica-fascia-periurbana-ad-ovest-delle-mura-San-Gimignano

V come VELENO
Alnwick garden (giardino più velenoso al mondo)
Alnwick, Northumberland, Inghilterra, 2005
https://alnwickgarden.com/
Z come ZEN GARDEN

venerdì 29 dicembre 2017

tetti verdi, normative


http://www.indexspa.it/indexspacom/capitolati/cap_pdf/1/cap10.pdf

normative parchi pubblici

http://www.va.camcom.it/files/tutela_reg_merc/guida_sicurezza_parchi_gioco.pdf

Green View Index (GVI)

"Promuovere lo sviluppo degli alberi all'interno dei centri urbani non è mai stato così importante" afferma Carlo Ratti architetto a capo del progetto Treepedia sviluppato dai ricercatori dell' MIT. Lo scopo è quello di quantificare il numero di alberi nelle principali aree metropolitane (considerando solo quelli presenti nelle strade e  non quelli dei parchi) per promuovere la loro intensificazione. L'indice prende il nome di Green View Index (GVI) ed utilizza un algoritmo di Google Maps (street view) in grado di riconoscere il verde urbano e tradurlo in percentuale. Il dato viene poi rapportato alla densità di popolazione delle varie città. La città di Tampa in Florida risulta avere la percentuale più alta, mentre Parigi è in fondo alla classifica. Torino, unica città italiana presente, occupa una posizione intermedia.



Victory garden (comics)




Sintesi del contenuto del blog

Fin dall'antichità il giardino è stato simbolo di locus amoenus , luogo delle delizie e di appagamento sensoriale.  [1] Deriva ...