lunedì 15 gennaio 2018

Giardini in letteratura

Esopo (VII-VI sec a.C.)
Di un Avaro, e de' Pomi

Un’Avaro aveva molti pomi belli in un giardino, e mai non ne mangiava alcuno se non si marcivano. Un suo figliuolo liberale menava i suoi compagni al giardino, e loro diceva: Mangiate tutti quelli pomi, che volete, eccetto i guasti, perchè quelli vuol mio Padre per lui.

Giovanni Boccaccio (1313-1375)
Decameron, giornata III

"Quante e quali e come ordinate poste fossero le piante che erano in quel luogo, lungo sarebbe a raccontare: ma niuna n’è laudevole la quale il nostro aere patisca, di che quivi non sia abbondevolemente. Nel mezzo del quale; quello che non è meno commendabile che altra cosa che vi fosse, ma molto piú; era un prato di minutissima erba e verde tanto, che quasi nera parea, dipinto tutto forse di mille varietá di fiori, chiuso dintorno di verdissimi e vivi aranci e di cedri, li quali, avendo i vecchi frutti ed i nuovi ed i fiori ancora, non solamente piacevole ombra agli occhi, ma ancora all’odorato facevan piacere. Nel mezzo del qual prato era una fonte di marmo bianchissimo e con maravigliosi intagli iv’entro, la quale, non so se da natural vena o da artificiosa, per una figura che sopra una colonna nel mezzo di quella diritta era, gittava tanta acqua e sí alta verso il cielo, che poi non senza dilettevol suono nella fonte chiarissima ricadea, che di meno avria macinato un mulino."

Angelo Poliziano (1454-1494) 
«I' mi trovai, fanciulle, un bel mattino»

I’ mi trovai, fanciulle, un bel mattino
di mezzo maggio in un verde giardino.

Eran d’intorno violette e gigli
fra l’erba verde, e vaghi fior novelli
azzurri gialli candidi e vermigli:
ond’io porsi la mano a côr di quelli
per adornar e’ mie’ biondi capelli
e cinger di grillanda el vago crino.

Ma poi ch’i’ ebbi pien di fiori un lembo,
vidi le rose e non pur d’un colore:
io colsi allor per empir tutto el grembo,
perch’era sì soave il loro odore
che tutto mi senti’ destar el core
di dolce voglia e d’un piacer divino.

I’ posi mente: quelle rose allora
mai non vi potre’ dir quant’eran belle:
quale scoppiava della boccia ancora;
qual’eron un po’ passe e qual novelle.
Amor mi disse allor: «Va’, co’ di quelle
che più vedi fiorite in sullo spino».

Quando la rosa ogni suo’ foglia spande,
quando è più bella, quando è più gradita,
allora è buona a mettere in ghirlande,
prima che sua bellezza sia fuggita:
sicché fanciulle, mentre è più fiorita,
cogliàn la bella rosa del giardino.



Ippolito Pindemonte (1753-1828)
"Dissertazione su i giardini inglesi e sul merito in ciò dell'Italia" 
(presentata all'accademia di scienze, lettere ed arti di Padova nel 1817)

Un giardino, è il più puro de’ nostri piaceri, e il ristoro maggiore de’ nostri spiriti, e senza esso le fabbriche ed i palagi altro non sono, che rozze opere manuali: di fatto si vede sempre, che ove il secolo perviene al ripulimento ed all’eleganza, gli uomini si danno prima a fabbricare sontuosamente, e poi a disegnar giardini garbatamente, come se quest’arte fosse ciò che di più perfetto. L’Italia, al risorgere delle lettere e delle belle arti, fu la prima a coltivare, come gli altri studj, quello ancora delle amenità villerecce: ma convien confessare, che ora molte nazioni nell’amore ci vincono e nella cura di queste tranquille, ed erudite delizie, e che l’Inghilterra è nelle medesime la maestra delle nazioni tutte.

Émile Zola (1840-1902)
Dal romanzo "La fortuna dei Rougon" 

Ma una delle cose più affascinanti di quel giardino erano le nicchie di fronde, ai quattro angoli, ricoperte da cortine di liane. Angoli di foresta vergine, impenetrabili intrichi di steli di viticci flessuosi; una pianta di vaniglia dai baccelli maturi e profumatissimi e l'arco di un portico coperto di muschio; e sotto gli archi, fra gli alberi, sottili catene reggevano cesti colmi di orchidee. Ma ad ogni svolta dei viali si era colpiti alla vista di un lussureggiante ibisco di Cina, le cui fronde e fiori ricoprivano tutto il lato del palazzo confinante con la serra.

Giovanni Pascoli (1855-1912)
Alberi e fiori nel giardino (Myricae)

Nel mio giardino, là nel canto oscuro
dove ora il pettirosso tintinnìa
col gelsomino rampicante al muro,
c'è la gaggìa;

e or che ottobre dentro la vermiglia
foresta il marzo rende morto al suolo,
e sembra marzo, come rassomiglia
bacca a bocciuolo,

alba a tramonto; nelle tenui trine
l'una si stringe, al roseo vespro, quando
l'altro i suoi fiori, candide stelline,
apre, alitando;

ed al sospiro dell'avemaria,
quando nel bosco dalle cime nude
il dì s'esala, il cuore in una pia
ombra si chiude;

e l'anima in quell'ombra di ricordi
apre corolle che imbocciar non vide;
e l'ombra di fior d'angelo e di fior di
spina sorride.


Italo Calvino (1923-1985)
Collezione di sabbia, Mondadori : Milano 2002
descrizione del giardino della villa di Katsura a Kyoto:

“Le pietre che affiorano in mezzo al muschio sono piatte, staccate l’una dall’altra, disposte alla distanza giusta perché chi cammina se ne trovi sempre una sotto il piede ad ogni passo; ed è 
proprio in quanto obbediscono alla misura dei passi,che le pietre comandano i movimenti dell’uomo in marcia, lo obbligano ad un’andatura calma e uniforme, ne guidano il cammino e le soste. Ogni pietra corrisponde a un passo, e a ogni passo corrisponde un paesaggio studiato in tutti i dettagli, come un quadro; il giardino è stato predisposto in modo che di passo in passo lo sguardo incontri prospettive diverse, un’armonia diversa nelle distanze, che separano il cespuglio, la lampada, l’acero, il ponte ricurvo, il ruscello. Lungo il percorso lo scenario cambia completamente molte volte, dal fogliame fitto alla radura cosparsa di rocce, dal laghetto con la cascata al laghetto d’acque morte; e ogni scenario, a sua volta, si scompone negli scorci che prendono forma appena ci si sposta: il giardino si moltiplica in innumerevoli giardini.” 

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Sintesi del contenuto del blog

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